OTTOBRE 2008 – In un paese in cui gli immigrati regolari si aggirano tra i tre milioni e 800.000 e i quattro milioni, ovvero il 6-7% dell’intera popolazione, la logica dei numeri “esige un cambiamento di mentalità e l’adozione di politiche realistiche e più aperte, superando l’avversione aprioristica verso la diversità”, poiché “è l’ambito delle politiche di integrazione il banco di prova della capacità della classe dirigente di un paese chiamato ad affrontare il tema delle migrazioni”: lo affermano monsignor Vittorio Nozza, monsignor Piergiorgio Saviola e monsignor Guerino Di Tora, rispettivamente direttori di Caritas Italiana, Fondazione Migrantes e Caritas diocesana di Roma, nell’introduzione al XVIII “Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes”. Il rapporto annuale, presentato a Roma e in diverse città italiane – e che costituisce da anni un documento imprescindibile per capire in maniera documentata, lucida e onesta il fenomeno dell’immigrazione in Italia – sottolinea che gli immigrati nel nostro paese “sono uno ogni 15 residenti, quasi 800.000 minori, più di 600.000 studenti, più di 450.000 persone nate sul posto, più di 300.000 diventati cittadini italiani dal 1996 e oltre 150.000 imprenditori”, dati che se confrontati con quelli del 2000 costituiscono “quasi un raddoppio”: la prima collettività – raddoppiata in due anni – è quella romena (625.000 residenti e quasi un milione di presenze regolari) seguita da quella albanese (402.000) e marocchina (366.000), mentre poco al di sotto delle 105.000 unità si collocano le collettività cinese e ucraina. Dal dossier si apprende inoltre che “gli immigrati hanno un tasso di attività (73%) di 12 punti più elevato degli italiani e sono creatori di ricchezza”, concorrono infatti per il 9% alla creazione del Pil, oltre a costituire “una popolazione giovane, che per l’80% è composta da persone al di sotto dei 45 anni”. Il tasso di fecondità delle donne straniere è in grado di assicurare il ricambio della popolazione (2,51 figli per donna), a differenza di quanto avviene tra le italiane (1,26 figli in media). Nel 2006 il 10% dei matrimoni celebrati in Italia ha riguardato coppie miste. Proseguendo nella lettura del documento, si apprende inoltre che “circa il 10% degli immigrati sono proprietari di case: nel 2007 hanno acquistato 120 mila immobili; parlano più di 150 lingue, fonte di cultura e anche di scambi commerciali mentre sono 146 le testate in lingua, tra giornali, radio e televisione, con circa 800 operatori”. Inoltre, il rapporto evidenzia che essi “assicurano un contributo economico rilevante ai paesi d’origine tramite le rimesse, ammontate, nell’anno 2007, a 337 miliardi di dollari”. In questo quadro – concludono gli autori del rapporto – espressioni del tipo “tolleranza zero sono più che abusate nel nostro paese, in cui l’inerzia dell’azione politica ha creato pericolose derive sociali”, mentre sarebbe preferibile parlare di “legalità, di impegno rigoroso per fare osservare le leggi e di senso di giustizia solidarietà nella loro formulazione”. Il “pacchetto sicurezza” – scrivono ancora i tre direttori – “non esaurisce le politiche migratorie e neppure ne è la parte rilevante; vi sono aspetti importanti relativi al lavoro e all’integrazione sui quali da tempo segniamo il passo, ripetendo impostazioni inconcludenti”
- “È tempo che in Italia si cominci a parlare seriamente di “pacchetto integrazione”; è quello che la situazione richiede e ciò che chiede anche la maggioranza degli immigrati che vive e lavora onestamente e si sente ignorata”: così Franco Pittau, Coordinatore del Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes sottolinea alla MISNA la contraddizione insita in un approccio che, dati alla mano, “dà un’enfasi eccessiva alla questione della sicurezza” davanti a un fenomeno che ha bisogno di essere affrontato nel complesso con politiche sociali. “I dati demografici dimostrano che la presenza dei migranti in Italia è un fenomeno strutturale e inarrestabile, che ha da tempo trovato le sue vie di inserimento nel lavoro e nella vita di tante famiglie, a beneficio del paese. La legalità è un principio fondamentale, e chi delinque va punito, ma c’è la maggioranza onesta che si chiede perché non riceve altrettanta attenzione” continua Pittau. Altri dati sollevano forti perplessità: “il fondo per le politiche per l’integrazione è di appena 5 milioni di euro per tutte le regioni d’Italia” continua l’interlocutore, “mentre in Spagna è di 300 milioni e in Germania di 750 milioni. Come ci si può aspettare una società ben integrata se non si investe in questo progetto?”. Di contro, sottolinea Pittau, il governo per il biennio 2008-2010 ha stanziato 535 milioni di euro per la gestione dei centri di prima accoglienza e di identificazione: “Si tratta di 178 milioni l’anno, 36 volte di più di quanto si stanzia per l’integrazione, e questo per un problema che riguarda 10-15.000 persone l’anno”. Servizi sociali e sanitari pensati sulle esigenze dei migranti, più mediatori culturali nelle strutture pubbliche, sostegno all’associazionismo, investimenti nella scuola incluse scuole di italiano, e sfoltimento della burocrazia, che rallenta tanti processi di integrazione, sono gli esempi fatti da Pittau di argomenti a cui si dovrebbe dare più attenzione e risorse. Ma c’è da salvare anche ciò che è stato finora fatto dalle strutture pubbliche e dalla società civile nel campo dell’integrazione; Caritas e Fondazione Migrantes auspicano “il superamento del ‘complesso di Penelope’ – si legge nel Dossier Statico immigrazione 2009 presentato a Roma – che porta lo schieramento politico maggioritario a disfare quanto fatto in precedenza, senza che così possa nascere un minimo comune denominatore libero da logiche ideologiche o partitiche”. Secondo i due organismi ecclesiali, non è la ‘sicurezza’ ma sono “le politiche di integrazione il vero banco di prova degli interventi governativi in questo settore”.
Fonte: www.misna.org

