μέτοικος

May 24, 2009

Una saggia proposta per Lampedusa

Filed under: Uncategorized — AHimsa @ 5:31 pm
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“NEI CONFRONTI DEGLI IMMIGRATI IRREGOLARI VOI ITALIANI SIETE AL TEMPO STESSO IPOCRITAMENTE COMPASSIONEVOLI E IRRAZIONALMENTE SPIETATI. UN PO’ DI EGOISMO LUNGIMIRANTE DOVREBBE INDURVI A IMPEGNARVI SUBITO MOLTO DI PIU’ PER LO SVILUPPO ECONOMICO E SOCIALE DEI PAESI DA CUI I CLANDESTINI PROVENGONO”

Dialogo tra Gianni Ercadolli, alto funzionario del ministero degli Interni, e Amina Nitolibar, figlia di una somala e di un indiano, osservatrice dell’Unione Africana in visita a Lampedusa (premio per il lettore che scoprirà per primo i due personaggi che si nascondono sotto questi due nomi)
Ercadolli – Che differenza fa lei tra respingere l’immigrazione clandestina con un battello della Guardia costiera fuori delle acque territoriali, come da qualche giorno facciamo noi, e respingerla con un muro orlato dal filo spinato, come fanno tutti i Paesi di questo mondo sui confini terrestri caldi, senza che l’ONU abbia niente da ridire?
Nitolibar – Sul piano sostanziale, nessuna: su questo punto le do ragione. Ma il modo migliore per evitare i barconi irregolari resta quello di mettere un bel traghetto regolare dalla Libia a Lampedusa, a prezzo politico. E uno anche dalla Tunisia.
E. – Un traghetto??
N. – Vista la sua posizione geografica, potreste fare di Lampedusa una enclave extra-territoriale, magari mettendoci un bel Casinò per attirare i ricchi libici e tunisini. Il terminal del traghetto in Africa potrebbe diventare luogo di accertamento, accreditamento e prima accoglienza per chi ha diritto a entrare in Italia come profugo o rifugiato. Ma sul traghetto possono salire tutti, in modo che non abbiano motivo di affidarsi agli scafisti.
E. – E il controllo passaporti?
N. – Si passa il controllo passaporti soltanto per andare da Lampedusa alla Sicilia o ad altre destinazioni in area Shengen.
E. – In questo modo che cosa risolveremmo? Avremmo Lampedusa brulicante di immigrati irregolari e i barconi strapieni di africani si sposterebbero sul tratto di mare fra Lampedusa e la Sicilia.
N. – No, perché quelli che vogliono entrare in Italia irregolarmente non avranno più alcun interesse a venire a Lampedusa.
E. – Quello sarà comunque il primo passo, che il traghetto renderà facilissimo.
N. – Ma non potranno fare il passo ulteriore. Da Lampedusa alla Sicilia ci sono 205 chilometri di mare, quasi il doppio della distanza tra Lampedusa e la costa africana: 113 chilometri. E comunque mancherebbero i mezzi di trasporto.
E. – Cosa vuol dire?
N. – Che a Lampedusa non ci sarà nessuno a vendere barconi “usa e getta” ai disperati. E se anche ci fosse qualcuno interessato a farlo, sarebbe facilissimo impedirlo, o comunque impedire la partenza dei barconi. D’altra parte, la traversata diretta dall’Africa alla Sicilia è enormemente più difficile.
E. – Ci saranno sempre quelli che la tenteranno.
N. – Ma saranno una piccola parte di quelli che oggi tentano l’approdo a Lampedusa.
E. – Comunque non risolveremmo molto: quelli che arrivano coi barconi costituiscono soltanto un settimo del flusso di immigrazione irregolare in Italia.
N. – Ma quello è praticamente l’unico canale dell’immigrazione irregolare diretta dall’Africa. Gli altri flussi attraversano le frontiere terrestri: lì i problemi di controllo sono diversi e coinvolgono anche il comportamento dei Paesi vostri confinanti.
E. – Non credo che i seimila abitanti italiani di Lampedusa saranno molto d’accordo con questa sua idea.
N. – Perché no? Avranno anche loro un grosso beneficio: extraterritorialità significherà esenzione dalle imposte nazionali per i residenti.
E. – Lei non fa i conti con quello che accadrebbe nella prima fase: nel tempo necessario perché in Africa i disperati si accorgano che Lampedusa non è più la porta d’accesso all’Italia, essi continueranno ad arrivare come oggi, al ritmo di centinaia ogni settimana. Anzi: più di oggi, perché avranno a disposizione il traghetto.
N. – Almeno ci arriveranno in condizioni civili e in piena sicurezza. Oggi ne muoiono in mare a decine, se non centinaia. E consideri che metà di quelli che arrivano hanno diritto di entrare, come profughi o come rifugiati: quelli, sì, devono essere trasportati gratis sul continente.
E. – E gli altri? Le leggi vanno applicate: se non hanno diritto di entrare non li si deve lasciar entrare.
N. – A quelli dei quali avete bisogno, e sono tanti, potreste dare sperimentalmente un permesso per ricerca del posto di lavoro, anche sottoponendone i movimenti a stretto controllo, o chiedendo la garanzia di un tutor: i modi per farlo sono molti. E converrebbe soprattutto a voi. Via via che l’esperimento si rivela positivo, potreste estenderlo mettendo a punto le procedure. Agli altri, invece, se davvero non ritenete che possano lavorare in Italia, continuerete a dare da coprirsi, da dormire e da mangiare; ma non dovete essere schizofrenici.
E. – Schizofrenici?
N. – Sì. Oppure, se preferisce, ipocritamente pietosi e allo stesso tempo irrazionalmente spietati.
E. – Che cosa intende dire?
N. – Prima fate loro rischiare la vita sui barconi per arrivare a Lampedusa; poi, quando ci arrivano, siete voi stessi a trasferirli comodamente nella vostra terra col ponte aereo. Una volta arrivati, li recludete per mesi in condizioni disumane, poi li liberate con la pantomima del provvedimento di “espulsione”. In realtà, liberandoli senza riconoscere loro il diritto di esistere, li condannate consapevolmente a vivere come sotto-uomini, schiavi, privi di qualsiasi diritto. Se proprio non li volete, dovreste proporre loro un buon lavoro in Africa: vi costerebbe molto meno.
E. – Un buon lavoro in Africa? Chi lo paga, chi lo organizza?
N. – Occorrono molti gemellaggi tra Nord e Sud del mondo: tra città e città, tra ospedali e ospedali, tra scuole e scuole, anche tra famiglie e famiglie: per istituire una miriade di canali di aiuto economico e culturale, di trasferimento di buone pratiche. Se finalmente attivassimo questi gemellaggi in modo capillare, non sarebbe così difficile creare occasioni di lavoro interessanti in Africa, nei Paesi d’origine degli immigrati clandestini, con costi molto contenuti per i “gemelli” europei.
E. – In molti casi in Africa è la situazione locale, a impedire qualsiasi cooperazione. Sovente lo stesso establishment non ne vuol sapere. Pensi a Somalia ed Eritrea, oppure al Darfour.
N. – Ma in molti altri casi si può, eccome. E gli irregolari possono diventare una fonte preziosa di informazione sulle situazioni di emergenza. Quelli che arrivano da voi sono in genere i migliori del loro Paese di origine: i più colti, i più intraprendenti, i più capaci di guardare lontano. Potreste farne dei veri e propri “ufficiali di collegamento” tra voi e le realtà locali del sud del mondo; e impegnarli a lavorare per il riscatto di quelle realtà.
E. – E quelli di cui non si riesce neppure a capire la vera provenienza? Guardi che sono la maggior parte dei clandestini senza diritto di asilo.
N. – Con chi mente dovete essere rigorosi. La vostra deve essere un’offerta di aiuto reale, ma sulla base di un dialogo leale. A chi non si fa identificare correttamente, non si deve offrire niente; men che meno il passaggio gratis sulla tratta più lunga e difficile, quella da Lampedusa al continente.
E. – In sostanza lei propone che erigiamo un muro fra Lampedusa e il resto d’Italia.
N. – Ripeto: voi con loro alternate compassione e spietatezza, ma sempre in modo irrazionale. Che senso ha aumentare da due a sei mesi il periodo di detenzione degli irregolari nei vostri “Centri di identificazione”, che sono già oggi strapieni, senza triplicare la loro capacità? Dove pensate di ammassare i due terzi in più degli irregolari che con la nuova legge volete mantenere in detenzione?
E. – In qualche modo dobbiamo pure intensificare il filtro contro l’immigrazione irregolare. Non è politicamente pensabile che né l’Italia né l’Europa spalanchino le porte all’invasione.
N. – Proprio per questo l’Europa deve ingaggiarli perché lavorino nelle loro terre di origine. Consideri questo dato: anche senza tenere conto degli irregolari che tenete rinchiusi nei C.I.E., nelle vostre carceri circa un terzo dei 62.000 detenuti sono immigrati africani irregolari. In carcere, ciascuno di questi vi costa 200 euro al giorno. Non sarebbe meglio, con la stessa spesa che sostenete per un solo carcerato extracomunitario, dare a trenta di loro 200 euro al mese – uno stipendio di lusso, nell’Africa sub sahariana! per farli lavorare al loro Paese in un programma di sviluppo?
E. – Certo, ma se questi in Italia delinquono, dobbiamo pur metterli in prigione.
N. – Finora, da Lampedusa siete stati voi a portarli sul continente e subito dopo a porli in una condizione che è inevitabilmente a forte rischio di delinquenza. La vostra generosità – se ne avete davvero – dovrebbe essere spesa nell’assistenza di cui questi disperati hanno bisogno a casa loro. E invece lì non state neppure mantenendo i modesti impegni che avete preso.
E. – Quali impegni?
N. – Quello di destinare ai Paesi in via di sviluppo lo 0,7 per cento del vostro prodotto nazionale lordo. Di fatto, dall’anno scorso avete azzerato questo impegno: siete rimasti allo 0,02 per cento! E invece dovreste portarlo almeno all’uno per cento.
E. – Sarebbe comunque una goccia nell’oceano. Loro sono troppi: non ce la faremo mai.
N. – Non è vero. Gli africani sono 930 milioni; però i più poveri, quelli dei Paesi che alimentano l’immigrazione clandestina, sono circa la metà. Tra Europa e America settentrionale, siete molti di più voi. E ciascuno di voi guadagna cento volte quel che guadagnano loro.
E. – Occorrerebbe che noi “nord-occidentali” diventassimo da un giorno all’altro tutti altruisti.
N. – No: basterebbe, da parte vostra, un po’ di egoismo lungimirante. Lo sviluppo di quei Paesi, la riduzione delle enormi disuguaglianze che vi dividono dai loro abitanti, è il solo modo realistico per ridurre e controllare il fenomeno epocale della migrazione dal Sud al Nord del mondo. Operare efficacemente per quello sviluppo non è, da parte vostra, un atto di altruismo, ma una scelta sempre più indispensabile per il vostro stesso benessere futuro.
E. – È difficile, in questo momento di recessione e di aumento del debito pubblico, chiedere altri soldi ai contribuenti per lo sviluppo dell’Africa.
N. – Allora rassegnatevi all’invasione. Alternative non ce ne sono. Il nostro mondo è uno solo ed è sempre meno possibile dividerlo in compartimenti stagni.

Pietro Ichino

Fonte: http://www.pietroichino.it/

Leggi anche: IMMIGRAZIONE: UNA TERZA VIA TRA “CATTIVISMO” E “BUONISMO”

February 11, 2009

La morte in stile coloniale – Patrice Lumumba

Filed under: Uncategorized — AHimsa @ 11:21 pm
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La maggior parte di voi, noi, ignora il nome di quest’uomo. I politici belgi lo chiamavo “satana”, e chiamavano un suo collega, forse un ministro del tesoro, l’”ebreo”; nelle alte sfere americane lo chiamavano il “ministro della giungla”. Gli davano del comunista, quando lui stesso dichiarava che non si sarebbe mai riconosciuto in una tale ideologia. Si definiva un nazionalista, che vuole la libertà per il suo paese, con i bianchi e non contro di loro.

Patrice Lumumba è stato il primo ministro della Repubblica Democratica del Congo dopo la concessione – a malinquore, con molti rimorsi e ritenendo i tempi non ancora maturi e lui, Lumumba, la persona meno adatta cui affidare il paese – dell’indipendenza da parte dei coloni belgi. Un americano, credo un agente dei servizi segreti, dice di lui: “I leader africani erano nuovi per noi. Un uomo come Lumumba non aveva la raffinatezza o lo smalto di un normale diplomatico inglese, tedesco, belga o francese….Tendeva a dire cose troppo schiettamente, e questo preoccupava le nazioni occidentali”.

Fece il grosso errore di dire le cose come stavano. E lo fece dopo il discorso di un monarca belga che al momento dell’insediamento del primo parlamento indipendente di questo paese ha avuto la faccia tosta di elogiare il colonialismo belga, reificare l’operato di Leopoldo II, e ascrivere al Belgio il merito del congo indipendente. Gli europei e gli americani questo non potevano tollerarlo.

Ciò che ne seguì è ben raccontato da questo documentario che vi consiglio di scaricare (via torrent non sarà facile trovarlo), o guardare a pezzettini da questo sito: http://themediacity.com/index.php?option=com_content&task=view&id=84&Itemid=30

S’intitola “Death Colonial Style: The Execution of Patrice Lumumba”.

Non sò voi, ma io sono rimasto disgustato….da quelle stesse persone che hanno fatto ciò che hanno fatto….ed oggi lo raccontano dalle loro belle residenze europee, con il ghigno sul volto….

Che schifo.

January 10, 2009

PADRE ALEX ZANOTELLI: “NO AFRICOM A NAPOLI E A VICENZA”

Filed under: Uncategorized — AHimsa @ 7:51 pm
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Il missionario comboniano Alex Zanotelli, a Napoli dopo anni di missione in Kenya, ci fa pervenire stasera il seguente appello da lui stesso firmato:

“Le comunità cristiane in Italia hanno appena celebrato il Natale, una festa così carica di messaggi di pace. La stessa Giornata Mondiale della Pace (1° gennaio) è venuta ad accentuare questo tema per i credenti. Ma noi cristiani ci accorgiamo di quello che stiamo celebrando? Come facciamo a proclamare la pace in chiesa mentre non ci accorgiamo che la neghiamo con le scelte violente sia nostre che dei nostri governi? Come possiamo celebrare il Natale, la festa della vita, con il massacro dei bimbi palestinesi,vera strage degli innocenti? Come possiamo celebrare il Natale senza che questo “urlo” di sofferenza umana, dei palestinesi come anche di tanti altri popoli (dai congolesi ai ceceni),non venga a disturbare le nostre coscienze addormentate di cristiani di Occidente? Ci rendiamo conto che tanta di questa sofferenza è dovuta alle scelte militaristiche dei nostri governi? Un esempio incredibile è l’annuncio fatto poco prima di Natale dal nostro ministro degli Esteri Frattini che Africom, il supremo comando americano per le truppe di terra e di mare per l’Africa, troverà posto a Napoli e a Vicenza. Africom, creato nel 2007 dal presidente Bush e inaugurato il primo ottobre 2008 a Stoccarda (Germania), è guidato oggi dal generale afro-americano William “Kid” Ward. Il generale ha speso il 2008 a cercare una base per questo comando in Africa. Ma la forte azione diplomatica del Sudafrica contro la presenza di Africom nel continente, ha impedito agli Usa di trovarla. Come ultima chance gli americani hanno pensato di trovarla nel paese più vicino all’Africa, la Spagna ed esattamente a Rota (Cadice), ma Zapatero si è opposto. Non rimaneva che l’Italia! E il Governo Berlusconi è stato ben felice di dare il benvenuto ad Africom a Vicenza e a Napoli .(Nel 2008 il comitato campano Pace e Disarmo aveva scritto un libro dal titolo profetico: Napoli chiama Vicenza, che descrive la pesante militarizzazione del territorio campano dotato di sette basi militari: Usa e Nato!). Il ministro Frattini ha anche detto che si tratta di “strutture di comando che operano nel quadro Nato”. Bugia! Il comando Africom è uno dei sei comandi unificati del Pentagono. Frattini ha anche dichiarato che non ci sono truppe da combattimento, ma solo componenti civili. Altra bugia! Africom è il comando unificato militare statunitense che ha come scopo la lotta al terrorismo e l’addestramento dei militari africani oltre alla protezione degli enormi interessi americani in Africa .E proprio per potenziare Africom, gli Usa hanno costituito due nuovi corpi: i Marines per l’Africa (Maforaf) e il Diciassettesimo Stormo dell’aeronautica militare Usa con il nome di Afafrica. Quest’ultimo opererà soprattutto da Vicenza e Sigonella, oggi la più grande base aerea nel Mediterraneo. Le forze armate USA hanno fatto già sapere che 750 militari verranno assegnati a Napoli e a Vicenza. Frattini ha anche detto che la scelta del governo è stata presa dopo aver informato i paesi africani che hanno espresso grande supporto per questa decisione! Strana democrazia quella del governo Berlusconi che tiene nascosta una tale decisione al Parlamento e consulta invece i governi africani! Il nostro governo dando il suo consenso a Washington contribuisce alla nuova operazione di stampo coloniale mirante al controllo delle aree strategiche dell’Africa. Le domande che sorgono sono molte e inquietanti sia per il nostro governo e parlamento, sia per le amministrazioni della Campania e di Napoli, sia per la Chiesa italiana. – Governo e parlamento: in quali sedi e con quali procedure è stata presa questa decisione di grande importanza strategica? Perché il parlamento italiano non è stato informato e non c’è stato nessun dibattito parlamentare? Il PD ha qualcosa da dire a riguardo? Oppure c’è un accordo bipartisan su tutto questo? – Regione Campania e Comune di Napoli: la Regione Campania, nella persona del suo presidente Bassolino, è stata almeno consultata? E la sindaca di Napoli, Rosa Iervolino, è stata almeno interpellata, dato che Africom sarà posizionato a Napoli? – Chiesa italiana: Come mai la Cei non ha alcuna parola da dire su scelte militaristiche così scellerate? Come mai gli istituti missionari e le realtà missionarie laicali come la Focsiv non reagiscono a decisioni militaristiche così gravi? Come facciamo ad inviare missionari ,suore, laici in Africa se non denunciamo scelte come queste che rendono l’Africa sempre più schiava e sfruttata?Se , come missionari, vogliamo proclamare buona novella ai poveri, dobbiamo avere il coraggio di denunciare con forza queste virate militaristiche del nostro governo.Non e’ questa la missione globale a cui come missionari siamo chiamati? Mi aspetto una presa di posizione pubblica da parte degli istituti missionari operanti in Africa. A tutti chiedo di inviare una mail al ministro degli Esteri Frattini e al ministro della Difesa La Russa , protestando per la scelta di Africom a Vicenza e a Napoli.
[CO]

Source: www.misna.org

December 21, 2008

Regali di Natale

<<L’Africa apporta vita all’Europa.
E’ una fonte di vita…con il suo cibo, le braccia dei suoi giovani che emigrano verso l’Europa….
Sai, io ho fatto due voli dall’Europa verso l’Angola, con grandi macchine…dei carri armati….per l’Angola.
La mia compagnia ha intascato i soldi per il trasporto…
Quindi sono andato a Johannesburg e ho caricato uva, e ho fatto ritorno in Europa…
Un mio amico mi ha detto: “i bambini dell’Angola per Natale hanno ricevuto fucili, i bambini dell’Europa hanno ricevuto uva.”
Questo è business.
e la mia è soltanto una piccola storia.
>>

Questo dice un ingegnere radio dell’equipaggio di un cargo, nel documentario “Darwin’s Nightmare” (2004) di Hubert Sauper.

Nello stesso documentario un giornalista tanzaniano accusa i paesi occidentali (anche se lui dice espressamente Europa), che preferiscono paesi africani in guerra perchè da essa e da ciò che lascia sul suo cammino derivano grandi opportunità economiche, grandi movimenti di capitali e tanta occupazione attorno al business degli aiuti.
Possiamo dargli torto?
Probabilmente gli attori sono diversi ed hanno interessi diversi: i clienti europei hanno davvero interesse al pesce a buon mercato del Lago Victoria e i produttori di armi europei hanno davvero interesse ad avere un mercato per le loro armi, ed alimentando le guerre nell’Africa dei Grandi Laghi fanno un servizio ai paesi occidentali attivando il business umanitario.

Sto studiando per l’esame di Economia e Politica Internazionale.
Odiavo le materie economiche. Le odio tutt’ora e sempre più convintamente.
Ma anche il mio impegno nello studio di queste materie è aumentato negli ultimi mesi.

December 10, 2008

Musica Contro il Freddo, per il Congo

Filed under: Uncategorized — AHimsa @ 2:36 pm
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Milioni di persone, costrette dalla paura, sono fuggite dalle proprie case, rifugiandosi nelle foreste o nelle città vicine. Profughi nella propria terra, con l’unica sventura di appartenere ad uno degli stati più ricchi del mondo.

Il Congo vive una nuova stagione di paura e di violenza, dopo essere uscito da un conflitto che ha causato più di tre milioni di morti, altrettanti profughi e un numero smisurato di violenze sulle donne. Grazie al tuo aiuto possiamo donare a tutti questi fratelli che scappano dalle proprie
abitazioni, lo stretto necessario per continuare a sopravvivere nei tanti campi profughi o nei centri di assistenza: cibo, coperte, cure mediche.”

Venerdì 12 dicembre all’ Ulian’s pub di Trestina (PG) ricomincerà la manifestazione musicale “musica contro il freddo”. Si tratta di una serie di serate musicali a scopo benefico e il cui ricavato questo anno andrà a Bukavu tramite il nostro progetto Zuki. Ci siamo presi l’incarico di portare avanti noi questa manifestazione da anni ferma.

L’appuntamento è dunque per venerdì alle ore 22.00/22.30 per proiettare un video e parlare brevemente della nostra esperienza in Congo prima di lasciare lo spazio al gruppo musicale “Bonacrianza”.

L’invito è rivolto a tutti (vediamo di essere presenti!).
Spread the voice.

Buona giornata


Azione Zuki

Filed under: Uncategorized — AHimsa @ 2:33 pm
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manifesto_mostra_zuki

November 29, 2008

Congo: The river that swallows all rivers

Filed under: Uncategorized — AHimsa @ 11:53 pm
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Non bisognerebbe scaricare file che non si “potrebbe” scaricare, ma non bisognerebbe neanche porre troppe condizioni e restrizioni alla cultura e alla conoscenza.
Quindi vi faccio presente la “possibilità” di scaricare dei fantastici documentari! : – )

Li potete “ottenere” dotandovi di semplici software come Bitorrent o anche quelli, come Transmission, presenti nel pacchetto di Ubuntu.
Buona visione!

http://torrentbox.com/torrents-search.php?search=bbc+congo&cat=0&submit=TBox+Search

November 28, 2008

40,000,000 naked people

Filed under: Uncategorized — AHimsa @ 9:46 pm
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“There are 40,000,000 naked people” on the other side of the rapids, Stanley wrote, “and the cotton-spinners of Manchester are waiting to clothe them… Birmingham’s factories are glowing with the red metal that shall presently be made into ironwork in every fashion and shape for them… and the ministers of Christ are zealous to bring them, the poor benighted heathen, into the Christian fold.”

http://en.wikipedia.org/wiki/Henry_Morton_Stanley

http://en.wikipedia.org/wiki/Colonisation_of_the_Congo

November 26, 2008

Se è vero che esiste la Pace noi la vogliamo

Filed under: Uncategorized — AHimsa @ 10:16 pm
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Appello dei Salesiani e del Vis per i bambini di Goma:

“Ai grandi della Terra noi bambini di Goma chiediamo che gli eserciti non sparino più, che non si debba più fuggire da un campo all’altro impauriti, che non si sia più rapiti per diventare ragazzi–soldato, che nessuno venga di notte e abusi di noi, che non si debba essere bambini di strada perché non si ha una famiglia, che nessuno ci picchi o ci maltratti o che pensi che siamo degli stregoni.
Vi regaliamo tutto l’oro, i diamanti, il rame e il coltan della nostra Terra, in cambio vogliamo poter ridere felici, giocare con tanti giocattoli, andare a scuola tutti i giorni, ricevere le coccole e una carezza di una mamma.
Se è vero che esiste la Pace noi la vogliamo. E vogliamo un futuro di Pace.”

http://www.volint.it/


Italia World, il quindicinale di approfondimento per gli italiani all’estero, accende le sue telecamere sull’Africa e su due emergenze del Continente: Congo e Darfur

Italia World, telecamere sull’Africa
La redazione giornalistica accoglie gli appelli giunti dal mondo politico, dalla società civile e dalle istituzioni italiane, ovvero quello di parlare del Continente dimenticato, delle sue emergenze ma anche delle sue opportunità. Un’ora di approfondimento condotta da Piero Badaloni con ospiti in studio e collegati da Bruxelles e da Goma, cittadina del nord del Congo.
In studio Stefania Craxi, sottosegretario agli Affari Esteri, l’On Jean Leonard Touadi (Pd), Vittorio Scelso della Comunità di Sant’Egidio, Emanuel Menda Pole, cittadino congolese, Kostas Moschocoritis, direttore generale per l’Italia di Medici senza Frontiere e i giornalisti di Raitalia Angelica Fiore e Giuseppe Carrisi che hanno realizzato speciali per il canale Raitalia rispettivamente sull’emergenza Darfur-Ciad e sulla situazione in Congo. In collegamento dal Ruanda, per comprendere quel che sta accadendo nel centro Africa, Edoardo Tagliani, responsabile delle attività dell’Asvi (Ong italiana) in Congo, e da Bruxelles Stefano Manservizi, direttore generale allo sviluppo e alle relazioni per l’Africa della Commissione Europea.

“Abbiamo deciso di dedicare questo approfondimento sull’Africa – afferma il direttore di Raitalia Piero Badaloni – perché riteniamo che non possa proseguire il silenzio su queste emergenze, ma anche perché l’Africa è un continente a cui l’Italia e l’Europa devono guardare nella logica di territorio in cui investendo è possibile anche contribuire alla soluzione delle difficoltà dei diversi paesi. Pensiamo – prosegue Badaloni – di rispondere nel nostro piccolo ai tanti appelli fatti al servizio pubblico affinché siano tenuti accesi i riflettori su questo grande Continente”.
La puntata sull’Africa di Italia World va in onda proprio mentre a Roma Associazioni per la pace e per la difesa dei diritti umani nel mondo si incontrano per discutere di questo tema. Proprio un anno fa, il 7 ottobre 2007, da Perugia ad Assisi invitavano tutti ad agire insieme, perché insieme possiamo fare la differenza, impedire nuove intollerabili tragedie umane e costruire nuovi mondi dove ci sia più dignità, giustizia e pace per tutti. Nel nostro piccolo – conclude il direttore di Raitalia – vogliamo rispondere per quanto possibile a quel messaggio, parlando in modo particolare dei diritti dei bambini, molto spesso utilizzati in diversi paesi dell’Africa come soldati, attraverso immagini esclusive provenienti dall’inchiesta che un giornalista del nostro canale, Giuseppe Carrisi ha presentato al Giffoni Film Festival. E ne parliamo proprio mentre a Nairobi si discute delle emergenze del continente africano”.

Fonte: http://www.international.rai.it

Video della trasmissione: http://www.international.rai.it/mediacenter/frontend/programma.php?id_video=945

Nigeria: How I Used Poetry And Drama to Resolve Communal Conflict -Mbajiorgu

Filed under: Uncategorized — AHimsa @ 9:39 pm
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Poetry, they say, is a language of the wise. Not many people have all the patience to decode or understand what a poet, like a talking drummer, conjure. But in this interview, Greg Mbajiorgu, a.k.a. Wota Na Wota, ex-officio member of Association of Nigerian Authors (ANA) and author of ‘Water Testaments: Anthology of Poems on Water and water-related Issues,’ use poetry and drama to resolve conflict in one of the suburbs around Enugu, Enugu State. He told the media his vision about the new innovation and how great poets like Gabriel Okara accepted to submit entries for his book. Correspondent Yemi Adebisi was at the session. Excerpts:

You claimed to have assisted a community to resolve their clash through drama and poetry. How did it happen?

There was a serious problem in the community with regards to water installation. They tried many means of solving the clashes until they got a white man who was an architectural consultant. He had been into literature advocacy. He came up with the idea that doing a drama on the significance of water as an instrument of conflict. And water as a strategist for maintenance of peace and order would help to resolve that conflict. We did the drama and the poetry on the importance of water, looking at water as central to all the problems of the community. The community needed water in the first place. Because of lack of water, people were migrating to other places where they could farm and do other businesses. They had no water to drink. They were drinking mud and pond water. So, as a result, the people were suffering from one ailment of water borne diseases or the other. When I was brought in, we did a drama that connected water to all the crisis of the villages with regards to even the conflict they have among themselves. They saw water as a means of solving their problems and they were united on the water project. The celebration of water became the beginning of a new life for the community. We did that drama and it was very successful. OEPJDP was able to use that drama to celebrate the successful installation of that water for the rural community. After that, it dawn on me that there should be a water driven literature. And after I read some books, I have not come across so many literatures that are water centre or rather water driven. I taught that water is so central to every aspect of human life and to everything we do on earth but may be we take it for granted. We have not devoted a literary attention to it.

After I came out with Wota Na Wota, which took over my name at convention, it done on me that people were really embracing the whole idea of water, as a mean of motive and subject matter for literature. I manage to raise some funds and through our friends in the press, got published in newspapers. I got entries from Gabriel Okara, Niyi Osundare, Elechi Amadi, Chimalu Nwankwo among others. These were people who normally would not respond to calls for entries. This shows the seriousness of what I have started. Instead of just going on to compile the poems and publish, I started looking for all water journals I can found everywhere to get myself thoroughly acquitted with knowledge on issues about water. So, if you read the three and a half page introduction, which I wrote myself, you’ll see that I consulted a lot of water research journals and I got myself abased with what people have written and said about water to guide me. Poetry on water therefore represents the socio-cultural dimension. It’s a good mix-up old and young when you have Gabriel Okara with very young ones like Uche Peter and the rest of them in the same anthology.

Apart from the poets, who submitted their entries to you, what are the responses of the literati to the new dimension of literature?

The response has been tremendous. We have 17 professors of English and Theatre Arts in that collection. Many of them are showing concern to use it not as general text for literature but they want to use it as a specialised anthology. Beyond the academia, the water aid in Enugu has asked me to write a proposal on how we can bring this to their advocacy. Another water forum is coming up in March 2009. We are already feeling the arts and culture form for this. We want to see whether this anthology can package a Nigeria contingent which will not just include the poets but also the water journalists like we have sports journalists. They will lead the Nigeria contingent to the world water forum in 2009. We will be making a statement that Nigeria is showing leadership as far as the socio-cultural dimension of water is concerned, Nigeria is on the lead. I have not seen any part of the world where there is such an organised collection of works of authors on this kind of subject matter.

How long did it take you to package this work and what is your vision for this new innovation?

It took me two years; the whole idea is something I expect to grow beyond me. I am making contact with people like J.P. Clark and Wole Soyinka, who can lead us to organise what we can call an international entries for poetries on water. We will specifically make this a Nigeria collection. We can bring the great Nigerian literary icons together. We can look at what the whole world is saying about water with regards to their different cultural background. We have no apology making this volume a Nigeria volume. There is so much bad image about Nigeria. We don’t seem to be projected as strong leadership in a lot of areas. So, where we have the opportunity to show that the international press dimension on us is strong we have no apology at all. This just shows that it is not only in negative area that we excel. We also have a lot of people who are thinking positively.

How does creativity comes in this matter?

Water is central to life. You can approach water from multifaceted dimension: water as sacred thing, water and war, water and politics, water and scarcity, water and water borne diseases. There are one million and one dimensions. That is why the poetry is not just about water. It’s on water and water related issues. With that, it is not restrictive. To think of the fact that 95 percent of a brand new baby is water and the baby grows to become 70 percent water. Gabriel Okara was the first person to submit his entry. It was part of what gave me the impetus to drive on. If he can write for me, who is that person that will say no. It got to a point that if you send me three poems I take only one. No space to take all. This makes me happy. It breaks the jinx that when young people initiate idea, the older ones don’t fall in line. It is not true. It depends, if the idea is vibrant, you’ll be amazed. Femi Osofisan asked me how I came up with the idea; I say ‘it was like that.’ He was amazed that I thought in that direction. It was same day I got a poem from Olu Obafemi and others. Two great authors who couldn’t send me a poem were Odia Ofeimun and J. P. Clark. But do you know that Odia Ofeimun was the first to pick a copy and asked me how much.

You were known as playwright, what informed your diving into this project through poetry?

When I started reading and researching water, the first thing I did was a drama on water. And I discovered that drama, as a medium, is so restrictive for the subject of water. If you look at Wota Na Wota, as drama, you can go beyond the conflict resolution. You try to look at the plot line and the structure of the play. It’s so amazing how poetry can accommodate diverse issues. You have freedom in the use of language in poetry. From my research on water, the best way I could accommodate most of the facts about water was in creating poetry on water.

Were all the entries personally submitted or extracted from anthology?

95 percent of the poems were specifically written and sent to me for this anthology, why few of them would tell me to take from already published collections.

Source: http://allafrica.com

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