μέτοικος

May 25, 2009

La vacca sacra, il tabu della macellazione, Antonio Gramsci, Edward Said…

Filed under: Uncategorized — AHimsa @ 1:47 am
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“The starting-point of critical elaboration is the consciousness of what one really is, and is ‘knowing thyself’as a product of the historical processes to date, which has deposited in you an infinity of traces, without leaving an inventory.”
– Antonio Gramsci, Prison Notebooks

“The only available translation inexplicably leaves Gramsci’s comment at that, whereas in fact Gramsci’s text concludes by saying, ‘therefore it is imperative at the outset to compile such an inventory.’”
–  Edward Said – Orientalism

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“Nella misura in cui il tabu della carne bovina fornisce un valido appoggio all’esigenza contadina di conservare intatto il patrimoio zootecnico il più a lungo possibile, si può dire che tale tabu favorisce, e non certo diminuisce, la funzionalità di lungo periodo del sistema agricolo, riducendo nello stesso tempo la disugualianza originata dal sistema delle caste per quanto riguarda il consumo di alimenti essenziali dal punto di vista nutritivo.”

L’uso che gli indiani fanno dei bovini è limitato alla trazione dell’aratro e alla mungitura del latte, senza contare l’impiego degli escrementi nella concimazione dei campi. Nell’alimentazione, perciò, senza distinzione di casta, la carne bovina è esclusa e tutti traggono la maggior parte delle proteine dal latte e dai suoi derivati.

[...]

In altre regioni del mondo i bovini assicurano la medesima funzione produttiva e riproduttiva e tuttavia non hanno subito un processo di sacralizzazione. Harris giustifica questo punto con alcune considerazioni di ordine storico. I Rig Veda, antichi testi sacri risalenti al secondo millennio a.C., contemplano la macellazione dei bovini e non parlano affatto di un tabu della carne, anzi la casta dei Brahmani aveva tra i compiti rituali più rilevanti proprio il sacrificio cruento degli animal, cui normalmente seguiva un banchetto a base di carne bovina….

“Il periodo dell’ecatombe dei bovini e dei grandi banchetti a base di carne ebbe fine quando i capi veda non poterono più contare sulla disponibilità di grandi mandrie [...] la popolazione era cresciuta, le foreste si erano ridotte, i pascoli erbosi erano stati coltivati e l’antica vita semipastorale si era trasformata con il passaggio all’agricoltura intensiva e a una maggiore produzione di latticini. Fu una semplice questione energetica a imporre questa trasformazione: per nutrire una maggiore quantità di persone occorre limitare il consumo della carne e ricorrere in maggior misura ai latticini, al grano, al miglio, alle lenticchie e agli altri alimenti di origine vegetale [...]. Il rapporto quantitativo tra bestiame e uomini si ridusse progressivamente e con esso diminuì il consumo, segnatamente delle caste inferiori [...]. Le caste privilegiate dei Brahmani e dei Kshatriya continuarono a macellare i bovini e a rimpinzarsi della loro carne ancora per molto tempo [...]. Intorno al 600 a.C. il livello di vita dei contadini era nettamente peggiorato e guerre, siccità e carestie si facevano sentire pesantemente [...] i nuovi capi religiosi dovettero fare i conti con una popolazione sempre più ostile ai sacrifici di animali, ormai visti come espressione delle disuguagliaze del sistema di caste. In questo contesto socio-economico nacque il buddhismo, la prima religione contraria all’uccisione [...]. Il divieto buddhista di consumare carne bovina implicito nell’opposizione ai sacrifici di animali corrispondeva alle esigenze dei contadini più poveri [...]. Per nove secoli buddhismo e induismo lottarono per conquistare stomaco e cervello del popolo indiano. Alla fine l’induismo riportò la vittoria: ma non prima che i Brahmani soprassedessero alla richiesta tassativa di sacrifici animali contenuta nei Rig Veda e si presentassero come protettori piuttosto che come distruttori dei bovini. “
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Tratto da: I modi della cultura – Manuale di etnologia

Le considerazioni che mi hanno suscitato queste pagine sono innumerevoli (anche per l’ora tarda).

  • Innanzitutto motiverei le due citazioni di Gramsci e Said rispettivamente. La storia ci ha lasciato innumerevoli tracce – scrisse Gramsci nei suoi quaderni dal carcere – però non ci ha lasciato un inventario, una mappa per ricomporre quelle tracce, per orientarci (aggiungerei che ci ha lasciato invece una miriade di frammenti di mappa, un po’ più grandi delle tracce che i frammenti stessi avrebbero dovuto aiutare a ricomporre).Edward Said, quotando Gramsci, sottolinea la necessità di costruire questo inventario: prima o poi qualcuno lo dovrà pur fare se vogliamo conoscere e conoscerci davvero.
  • La vacca sacra.
    Non è straordinario che le stesse motivazioni che hanno indotto un popolo, o un insieme di popoli, ad abbandonare il consumo di carne, tra l’altro previsto dagli stessi testi sacri del tempo (potrei dire che era un “consumo istituzionalizzato”), si ripropongono oggi, con straordinaria chiarezza?
    Se questa interpretazioe di Harris si avvicina anche soltanto minimanete alla realtà, le sue conseguenze per una ri-lettura attuale della storia passata (in questo caso del territorio indiano di allora) sono enormi: un popolo prende lucidamente coscienza della non-sostenibilità del consumo di carne e decide di abbandonarla…arrivando a sviluppare giustificazioni, pensieri, idee, ideologie che danno vita ad una nuova religione (o comunque fanno parte dell’humus sul quale quella religione nasce….forse proprio “funzionalmente”? e proprio funzionalmente forse un altra “religione” – quella dei Rig Veda – è morta perchè professava ideologie economicamente, socialmente e politicamente non più sostenibili? Possiamo fare un parallelo con il capitalismo/consumismo? O con le stesse religioni del Libro, Ebraismo, Cristianesimo, Islam?), il Buddhismo.

    Oggi, tra i vegetariani, eggetariani, vegani, macrobiotici…non stanno nascendo nuove contro-religioni? Risposte omeostatiche alle crescenti perturbazioni del sistema-terra, per ristabilire l’equilibrio.

  • Del Buddhismo se ne appropriarono i più poveri, coloro che per primi dovettero rinunciare al consumo di carne – appurato che non era sostenibile – e per primi subirono le conseguenze del calo nel fabbisogno energetico.
    Le caste più ricche , riparate nei privilegi di casta dell’Induismo, hanno continuato a fregarsene della situazione generale, continuando ad abbuffarsi con la carne.

    Non è esattamente quello che sta accadendo anche oggi, nel crescente divario tra popoli obesi e popoli denutriti?

  • Dall’opposizione tra le due opposte concezioni della vita, della società, dell’economia sono usciti vincitori i difensori dei privilegi di casta.
    Hanno vinto, però non erano più quelli di prima.
    La sconfitta è amara però anche il risultato è sorprendente: i vincitorii rinunciano a qualcosa (forse una delle stesse cose per le quali si è combattuto!) ma ottengono di mantenere qualcosaltro.
    E’ una speranza nella delusione.
    Quella “vittoria” infatti ha trasformato non solo l’induismo ma anche tutte le altre religioni/ideologie che sono nate o sono venute a contatto con il territorio del subcontinente: il Jainismo, il Sikhismo, le innumerevoli sette e probabilmente anche l’Islam e il Cristianesimo sono stati influenzati dalle condizioni “ambientali” e culturali che hanno cambiato e determinato le abitudini culinarie di centinaia di milioni di indiani.

    Speriamo che ideologie più potenti e pericolose di oggi – il capitalismo, il consumismo – non minino questa consapevolezza millenaria e che non diano adito ad antistorici e anacronistici revival di abitudini che la storia dell’uomo, sedimentata nei popoli che l’hanno attraversata, ha espulso dalla lista di quelle sostenibili e desiderabili per le più vaste collettività.

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